30 gennaio 2023

Just NO

Oggi sono andata per uffici. Volevo assolutamente partecipare come painter al festival dei fiori che si svolgerà qui a Chiang Mai il prossimo weekend.

All'inizio sono andata per uffici turistici per capire chi lo organizzava, nessuno lo sapeva. E' un festival famoso con cadenza annuale... Mi pareva impossibile che nessuno sapesse chi organizza. Mi hanno rimbalzato per vari uffici, forse per scoraggiarmi, chissà, ma non sanno che venendo dall'Italia ho già in dotazione un buon allenamento.

Ogni persona con cui parlavo iniziava titubante, ma poi capiva e vedeva ciò che faccio, si entusiasmava e mi indicava il passaggio successivo. Quindi non ho mollato.

Quando sono arrivata all'ufficio del capo della polizia municipale ormai avevo raccolto un bel gruppetto di curiosi che mi seguiva per vedere come andava a finire la storia. Immaginateveli: chi in divisa da vigile, chi in completo da lavoro, ma poiché non tengono le scarpe in ufficio, tutti con ai piedi delle ciabattine e calzini dalle fantasie più strampalate: paperelle, donuts glassati e dolcetti, balenottere, fette d'arancia, stelle comete e pianeti.

Una volta entrata, sono bastati 2 secondi, il tempo di permettergli di squadrarmi dalla testa ai piedi e dai piedi alla testa. "No" ha detto, guardandomi dritta negli occhi. Non ha chiesto di cosa mi occupassi, non ha visto nemmeno una foto dei miei lavori. Il mio interprete per l'inglese, recuperato in uno dei molti passaggi, ha provato a spiegare, ma è stato interrotto a metà frase. "No" ha ripetuto, senza staccare gli occhi dai miei. Senza una spiegazione, semplicemente no. E contate che nella cultura asiatica un "no" si evita volentieri, per educazione. Piuttosto si evita di rispondere.
"Sorry, it's not possible", ha detto l'interprete dispiaciuto. Ho ringraziato tutti per il loro tempo con un piccolo inchino con la testa e le mani giunte sotto il mento, poi il gruppetto si è pian piano disperso.
Mi sono immediatamente apparse in testa le parole della mia capa del festival, quando mi ha salutata: "please, take care of you", mi stava dicendo e io le ho sorriso con forse un po' di leggerezza e ho risposto: "of course!". Ma lei ha rimarcato: "No, you don't understand. Be aware of the colour of your skin and your eye shape. Please, be safe okay?“ Lí per lì ho pensato ad una particolare premura e l'ho accolta con tenerezza. Il fatto, poi, di non sentirmi minacciata o spaventata durante questo viaggio ha poi relegato in un cassettino quelle parole. Di fronte a quel capo della municipale ho compreso esattamente cosa intendesse. Non sei una thai, saranno gentili finché starai al tuo posto, ovvero farai la turista.

Credo che ognuno di noi dovrebbe provare, prima o poi, ad essere discriminato per qualche stupido motivo. Perché fa proprio schifo.
Ho gironzolato un po' per la città, cercando di distrarmi, ma proprio mi rodeva essere arrivata così vicino ad un si e poi, invece, niente di fatto. Ho deciso di tornare in hotel e farmi una bella doccia scacciapensieri e malumore.
Ad accogliermi ho trovato la solita signora, che cerca di insegnarmi una parola di thai al giorno. Mi ha chiesto come fosse andata, anche lei era in fremente attesa del verdetto. Non avevo molta voglia di dilungarmi in spiegazioni, ho semplicemente riferito che non era andata bene. Ha risposto, desolata: "mi dispiace... Credo che sia perché sei una straniera." "Già - ho replicato - pare proprio sia per quello." Sono passata nel retro del café e mentre mi slacciavo le scarpe (si devono togliere per andare in camera) sentivo che parlava con l'unica signora presente in quel momento. L'avevo vista di sfuggita con la faccia tuffata dietro ad un portatile.
La signora gentile - devo chiedere come si chiama! - mi ha raggiunto e mi ha chiesto di tornare nel café. "Questa signora è la proprietaria dell'Hotel. Dice che, se vuoi, puoi usare il nostro tavolino fuori dal café nei giorni di festival. C'è abbastanza passaggio, di solito. Magari mettiamo un bel cartello colorato, così ti vedono!" "... ed io potrei creare un evento su Facebook, così forse raggiungiamo qualche persona in più!" ho aggiunto. "yes, of course!", hanno risposto entrambe.
Quindi niente... Che posso aggiungere? Siamo in ballo... e balliamo!

15 gennaio 2023

Vibrato

È cominciato che ero ancora sul traghetto e da un po' mi ero persa tra i pensieri e quell'unione blu tra cielo e mare e il rollio delle onde soffici. Il sole nella sua golden hour illuminava le isolette, la vegetazione e gli spuntoni di roccia che si ergono dal mare.

Ero incantata da tanta bellezza e grata per essermi data la possibilità di essere lì in quel momento.

Poi sono salita sull'autobus collettivo, si è riempito di giovani come me, con zaino in spalla e il naso o le spalle bruciacchiate dal sole. Tutti ci guardavamo, tutti sorridevamo, stanchi ma appagati. Tutti ci siamo stretti un po' di più per far salire gli ultimi 2 arrivati. Tutti abbiamo raccolto le cose di tutti che rotolavano ovunque, grazie alla guida impazzita del local al volante. Tutti ci siamo salutati man mano che siamo scesi vicino ai nostri alloggi. Ci eravamo incontrati solo 5 minuti prima. Non ci siamo parlati, non sapevamo neppure quale lingua parlassero gli altri, porte su universi diversi, vite, nazioni, sogni... Eppure c'era un senso di unione generale, di rispetto forse, perché io so che tu, proprio come me, sei lontano da casa e qualcosa ti ha spinto a lasciarla per venire qui...

Ecco, in quel momento la mia anima ha vibrato.

01 dicembre 2018

ritorno dal mondo di OZ

Situazione sonno:

h.16.45: giungo a casa, finally. Sono talmente svarionata dopo 25 e passa ore di viaggio che non sto in piedi. Gira tutto come la giostra dei cavalli che fa surf a Bondi Beach.

h. 17: dico: "mi stendo un attimo", così, ancora vestita, a malapena tolgo zaino e scarpe. Non mi copro neanche, così mi sveglierò perché ho freddo. E se proprio, metto anche la sveglia sul telefono, non più di 30 minuti che devo riprendere il fuso. 

h.17.30: la sveglia suona ad un palmo dal mio orecchio, ma col cavolo. Oltretutto, la gatta pensa bene di attutirla piazzandoci sopra il suo regale cosciotto peloso. Il telefono suona e vibra per 15 minuti, ma figurati se lei si sposta.

h.20 mi sveglio di soprassalto, ecco lo sapevo. Dovevo andare a cena dai miei e condividere i nostri due frighi vuoti. E ora?

h.20.05 la Mother suona alla porta, mi recapita il sacchettino con le mie due gallette da viaggio farcite e una banana. Dice "lo sapevo che dormivi, io mi sono addormentata sulla panca della tavola. Davvero." Grugnisce un ciao, e sparisce. Sulla giostra adesso c'è lei.

h. 21.30 cala di nuovo la mannaia. Dico: "devo tirare." Mi metto a svuotare 20 giorni di valigia e per un po' funziona. Ma appena mi siedo a rileggere qualche flyer di cose visitate, prima di buttarli, le parole si mescolano e appare la scritta "chiudi-gli-occhi".

h.23 dico "mi lavo la faccia con l'acqua gelida, funzionerà"

h.23.37 dichiaro di aver combattuto abbastanza a lungo: che Morfeo prenda pure la cittadella.

h.02.50 sveglia. Mi rifiuto di essere sveglia.

h.03.30 ok, sono sveglia. E ho fame. Mangio qualcosa (tanto, più di "qualcosa" non ho) sperando nell'effetto abbiocco da digestione.

h.05.30 l'idea dell'abbiocco ha funzionato così bene che la gatta dorme alla grande. Io meno.

h.8.30 mi sveglio, perciò ad un certo punto devo aver dormito. Decido che è meglio seguire l'onda e rimanere vigili. 

h.8.45 per non ricadere, che entri la luce. Non sembra funzionare. Mi metto a scrivere questo post.

27 novembre 2018

May Day in SYDNEY

8.30 della mattina. Tra una galletta con la strawberry jam e del fresh pineapple parte una sirena che rimbomba a tutto volume nell'appartamento. 

La Mother analizza con ansia: nell'elenco di informazioni che ha studiato e su cui si è preparata non era menzionato da nessuna parte questo tipo di situazione. Che cos'è? Cosa bisogna fare? Poi si ricorda di aver letto da qualche parte che la casa di Adelaide era dotata di segnalatore anti fumo, che poteva scattare poiché posizionato accanto alla cucina, perciò, sebbene al momento ci troviamo in un altro stato, prende la prima cartina che trova e corre sotto al primo bozzo sul soffitto e inizia a sventolare, sperando che il rumore infernale cessi. 

Il Father fa ciò che sa fare meglio. Esce dal bagno in canottiera e puntando il deodorante nella mia direzione esclama: "Lidia, sa eto tocá?!" 

Io sono lenta. Finisco di masticare il boccone che mi stava andando di traverso al primo squillo di tromba e rifletto. 

Se la Mother avesse ragione? Apro la porta del terrazzino e una finestra, facendo girare l'aria. Cerco la fonte del fracasso. Il suono proviene da una cassa sul soffitto, ma non ci sono spie per il fumo all'interno della casa. Esco sul pianerottolo, la sirena risuona in tutto l'edificio, non è un problema solo nostro. Torno dentro, dico: "vestitevi e scendiamo, credo sia l'allarme anti incendio", afferro i pantaloni della tuta giusto per non scendere in mutande e il telefono. 

La Mother esamina: ma fuori piove! La porto una giacca? Un maglioncino? Se poi bisogna star fuori tanto prendiamo freddo! Lo devo avvisare il padrone di casa? Giù mi prende il WiFi? 

Il Father, sempre affacciato a malapena dal bagno: "Ah ben, ben... Andasí voaltre a véder e dopo me conté cosa ghemo da far" e si richiude dentro.

Io e la Mother usciamo. Ci rendiamo conto che questo agglomerato di palazzi ha 4 corridoi per piano, 5 ascensori e 6 scale. Sappiamo perfettamente dove siano la piscina, la palestra e i bidoni per la raccolta differenziata, ma non dove diavolo si trovino le scale antincendio.

Una volta nella hall, il rumore assordante finalmente smette. Ci troviamo davanti un ammasso di vicini di casa che erano già usciti in strada e che ora, a pericolo cessato, stanno ordinatamente rifacendo la fila per gli ascensori per rientrare. Sorridono di sottecchi alle ultime due arrivate, con comodo, che pure usano l'ascensore nonostante l'allarme anti incendio. Dopo di noi, solo un vecchiotto col bastone che, non appena arrivato, fa dietrofront. L'usciere saluta un grosso camion rosso che si allontana. 

Ecco, mi sono anche persa i firefighters australi!

15 novembre 2018

MELBOURNE PUBLIC LIBRARY - questioni di caffè

Ragazzo baffuto della caffetteria: hello, what can I do for you today?

La Mother: I would like a coffee...

RBdC: (interrompendola, mentre pulisce la macchina del caffè) we don't sell coffee here.

M: (sconfortata) oh.

Lids: Mother, sta scherzando, ovvio che ce l'ha.

RBdC: I am only joking. 

L: I think she's a little tired to get a joke.

RBdC: yeah, she really needs a coffee. (a lei) what kind of coffee do you want? (Snocciola 13 nomi di caffè alla velocità del fulmine)

M: (a me) oddio, el va vía masa en presia, no ho capío gnente! (A lui) Is that ok if I tell you how I want it and you tell me if it is possible?

RBdC: yeah sure! 

M: I would like a coffee not too strong, with a drop of milk. 

RBdC: ok, a short one-shot ma-chi-a-toi

M: ok, it's important that it's not strong as an espresso.

RBdC: you don't like strong coffee?

M: oh yes, I like it! But I think that if it's strong you can taste the coffee a lot and so the coffee must be... (Vorrebbe dire "decente", ma non sa come non offendere l'interlocutore)

L: ...a good quality one.

RBdC: (punto sul vivo) of course! But how do you know? It could be the best coffee of your life!

La Mother rimane interdetta, di nuovo vorrebbe essere cortese, ma il caffè australo non la aggrada. Per il baffuto ormai è una sfida.

RBcD: Now I really want to make you a double-shot. I mean, I already made yours but I am going to make another one.

Si gira e ricomincia a smacchinare col caffè.

La mother vede allontanarsi la speranza di un caffè bevibile. In mezzo minuto le serve il risultato dei suoi sforzi. 

RBdC: here you go! Don't tell me if you don't like it. Lie to me. (ridacchia)

Ci sediamo, la Mother sorseggia disgustata.

M: a mi me despiase... Ma el par quasi salà!

Ci dimentichiamo di riportare un feedback, ma finita la pausa la Mother saluta il Baffuto e si proietta fuori.

RBdC: (sillabando sottovoce attraverso la sala) how-was-it?

L: the best coffee ever!

RBdC: (esplodendo di gioia e facendo sobbalzare gli intenti nella lettura) REALLY??

L: No.

Il Baffuto si sgonfia come un palloncino.

Il Collega: ...almost?

L: gneeek... (facendo so-and-so con la mano) But we appreciated your effort. 

Ed ecco la bugia.

05 ottobre 2016

Piacere mio, BUDAPEST

La prima settimana conquisti l'orientamento.

La seconda settimana conquisti la bellezza e la conoscenza.

La terza settimana conquisti l'atmosfera, il sentore di casa e il cambiare del tempo. 

Infine, è ora di tornare. Ciao Budapest, è stato un piacere.





30 settembre 2016

BUDAPEST - vale la pena tentare

Oggi ho avuto un battibecco con la più maleducata delle commesse ungheresi, che dopo avermi fatto pagare qualcosa che non avevo acquistato, alla mia semplice richiesta di informazioni, mi ha strappato lo scontrino dalle mani alzando la voce e parlando esclusivamente magiaro, ma chiaramente trattandomi da idiota. In compenso, la più squisita delle signori ungheresi, ha dapprima tradotto per me ciò che la commessa ripeteva scocciata, dopodiché non solo ha preso a cuore la mia causa, ma ha fatto una ramanzina alla commessa per il pessimo servizio e non si è schiodata dalla cassa finché non ho avuto il mio (legittimo) rimborso. 

MEMENTO FILOSOFICO: 
Quando vi dicono di stare a casa, che il mondo è pericoloso e c'è brutta gente in giro, non ci credete. 
È vero, non esistono solo santi, ma se vi incamminate scoprirete innanzitutto che siete più in gamba di quanto pensavate e che ce la fate benissimo da soli e, se proprio la situazione fosse al di là delle vostre capacità, qualcuno che vi aiuta lo trovate di sicuro. Vale la pena tentare.