13 agosto 2006

Nei Ritorni (LISBOA anoche)

domenica 13 agosto 2006 0.56
Vengo svegliata presto, molto presto. Prestissimo. Queste sono ore che mi sono sempre chiesta se esistano davvero. Chi lo dice che non sono solo un'invenzione per far tornare i conti e arrivare a fare sempre 12? Nella stanza è ancora buio, ma c'è già movimento. Un'agitazione felpata, attutita, avanti e indietro sulla moquette degli alberghi. Quei "TUD" sordi che si sentono ad occhi chiusi. Resto ancora distesa. E' un'impresa ingranare.
"Guarda, la vedi quella stella, da lì? Quella da sola, che brilla più di tutte. E' Giove." S'intravede un profilo, un'ombra disegnata sulla finestra, con un indice puntato e il naso in su. Penso che essere svegliati per vedere qualcosa che non può aspettare è più dolce. E' bello. Bello come un tutte quelle cose che di notte prendono più gusto, quelle cose che la notte sa rendere più lente, da gustare con piacere, con stupore, come fossero preziose. Un maglione gigante, un gelato già sciolto. Una carezza sui capelli. Un momento da Albero Azzurro, come questo.

Guardo. La finestra è di quelle alte, con otto quadrati di vetro. La stella sta proprio làssù in cima, nell'ultimo quadrato in alto a destra, nel blu più blu della notte fonda. Sta proprio nel centro del quadratino che le è stato assegnato e brilla, brilla un sacco. Negli ultimi due quadrati in basso, invece, ci sono le linee delle case, i tetti, una gru. Nei due quadrati più in basso è già quasi l'alba. Dietro quelle case di carta qualcuno aspetta il segnale per fare giorno e intanto sfuma tutto di verde e giallo chiaro.
E' ora di partire, di tornare a casa. Me lo sussurro da sola in un orecchio, a bassa voce, perchè ho ancora tanto sonno. A bassa voce per non stropicciare quell'atmosfera unica che puntualmente sbuca da sotto il letto ancora caldo, quando ci hai dormito per l'ultima notte. A bassa voce, perchè è ancora notte e di notte si ha il lusso di poter parlare piano.

Mi trovo a stiracchiarmi sulla sedia a buchi metallici di un aeroporto, a sbadigliare allo specchio assieme a una hostess, a guardare un bambino dall'aria simpatica che, ben più arzillo di me, mi sorride e mi fa ciao con la manina, mentre viene trascinato per un braccio verso il suo viaggio. Tengo tra le dita la tazza fumante ancora un pò, mentre mi perdo fra chi va e viene, fra le scarpe, le borse e le valigie di chi, come me, torna e di chi, invece, parte. Devo aver pigiato il tasto dello slow motion, è tutto rallentato. O sono i pensieri che galoppano. Due persone, come spesso. Fuori lenta, dentro rapida. Fuori sonno, dentro macchina scandagliatrice, sonar ipersensibile a catturare gesti piccoli, istanti infimi, frazioni, velature, patine sottili, polveri. Mi sento un bacello, goffo e anche piuttosto spettinato, ma questi sono i momenti che adoro di più, la terza dimensione di un mondo a due piani.
Mi addormenterò ancora, prima di casa. Mi addormenterò ancora, che c'è ancora tanta strada. Mi addormenterò, prima di tornare. 

16 giugno 2006

IL PASSATO SORRIDE - cuore di frutta


venerdì 16 giugno 2006 12.24


Insomma, sono un'anguria.
C'è chi dice che l'anguria è solo acqua. C'è chi l'anguria proprio non la digerisce.
Peccato, non hanno capito.
Io non sono un'anguria qualsiasi. Non sono di quelle mezze angurie incelofanate del supermercato. Tanto meno un'anguria fatta a palline e mischiata col melone nei buffet delle serate danzanti alberghiere.
Io sono un'anguria che profuma di anguria.
Sono un'anguria che non tutti sanno scegliere, perchè non tutti se ne intendono. Bisogna prendermi in mano delicatamente e saper fare TOC-TOC nel punto giusto, per restare soddisfatti.
Poi, è vero, lascio le dita appiccicose e se cado sui pantaloni macchio di brutto.
Però ho un succo dolce. Semplice, fresco, buono come l'estate.
Mi divido volentieri in fettazze da kilo, per soddisfare i morsi giù fino alle orecchie.
Sono un'anguria che si mangia di notte, che si mangia in ciabatte in panciolle, che si mangia comunque in compagnia. Che ci si ficca un pezzettone grosso l'uno nella bocca dell'altro, magari mentre ancora si sta ridendo, che così ti gocciola sul mento e sbaucchia dappertutto.
Un'anguria che i suoi semini ce li ha tutti. Ma è concesso sputazzarli fuori e fare a gara a chi arriva più lontano.
E poi, la cosa più bella è che quando la tua fetta l'hai finita di sbafare, resta una forma.
Resta un sorriso.

15 giugno 2006 - a fra un anno, compari.

14 aprile 2006

PRAGA va di fretta


venerdì 14 aprile 2006 0.13

Praga va di fretta.
E' questa la prima cosa che non posso fare a meno di notare. Come se si fosse accorta di aver passato del tempo solo sonnecchiando placida nei riflessi della sua Moldava e ora si sentisse in dovere di recuperare. Tutto dice "dai! dai! dai!".
Scovo la corsa di Praga nell'ascensore che ti stritola se non ci sali più che in fretta, nelle scale mobili della metro, che ci metti su un piede, l'altro si ritrova già 4 gradini dopo e la valigia è ormai solo un puntino laggiù, nel cameriere che ti recupera in strada, decide che è proprio lì che volevi mangiare, ti leva la giacca, ti versa da bere, ti toglie il piatto da davanti prima ancora che tu abbia mandato giù, conto, grazie, arrivederci, scusi, permette? ha ancora la mia forchetta in mano e ti ritrovi di nuovo sotto l'acqua con la lingua ustionata dalla zuppa. Nei semafori che diventano verdi giusto il tempo che tu scenda dal marciapiede, poi di nuovo rosso. Il segnale per i ciechi non sapeva più che suono emettere. Impazziva.
Negli autobus che pare di stare sulle montagne russe perchè ad ogni curva tutta la gente si inclina e fa "ooooh!". Stavo anche diventando bravina ad evitare gli oggetti contundenti che volavano.
Nei biglietti dei musei che riportano un orario previsto e calcolato al minuto per il numero di sale e cose da vedere: 14.00-14.27 sinagoga ebraica e cimitero 14.28-14.52 sala delle cerimonie, 14.53-15.41 castello, 15.42-16.04 chiesa di San Vito, 16.05-16.23 biblioteca e vicolo retrostante. Si sconsiglia di superare la soglia delle 2 o 3 foto per non perdere il ritmo di marcia e la concentrazione. Se hai fame, sete... cavoli tuoi. Se ti scappa la pipì, cavoli tuoi. Nei giorni di pioggia è prevista un'elasticità di massimo un paio di minuti, dovuta all'apertura e chiusura di eventuali ombrelli, a nostro avviso comunque evitabili.
In una casa che il giorno prima avevo notato per i bei graffiti e disegni, il giorno dopo non c'era più. Nessun atto terroristico, pare. Al suo posto solo un'ultima ruspa e qualche residuo di muro sventrato qua e là. In un suonatore di strada che scompare nel giro della decisione di dargli un soldino, che soldino.
Per il resto, si, si, splendore di città. Senza ironia. Un'atmosfera tutta sua, bellissima.