martedì
16 ottobre 2007 17.13
Ho scritto mille volte la mia storia nella polvere, con dita
sporche, stanche.
Mille volte è stata soffiata via dal vento e altre mille
cancellata da chi ci ha camminato sopra.
Ogni volta mi
risiedo, incrocio le gambe, traggo un sospiro pesante e fisso per un attimo il
sole. Con occhi piccoli, tra le fessure di una mano a schermo. Mi sento
vecchio.
Mi aspetta un'altra notte a rigirarmi nel sonno, con le
gambe che scalciano e tirano di un dolore nostalgico. Mi dicevano
"crescono", ma oramai si son fermate da tanto. Eppure ancora
scalciano e tirano. Un'altra notte a rigirarmi in un morbido letto o sui sassi
sopra un muretto, a guardare un falcetto di luna con le gambe incrociate e il
cappello sul petto.
Ogni mare, ogni
tramonto, ogni montagna e ogni deserto, una linea dell'orizzonte così
inafferrabile che la inseguo da sempre.
Prima o poi mi fermo, perchè il viaggio è lungo. Perchè ho
bisogno di qualcuno che mi dica che esisto, guardandomi negli occhi, tenendomi
stretto. Certo, l'idea di prendermi cura mi piace, ma non la so mantenere. Ho
più paura di non sentire affatto, che di sentire dolore, che il dolore passerà,
come i treni a vapore.
A volte mi fermo, a volte ritorno. In posti in cui so cosa
mi aspetta, cosa si mangia a tavola con chi, quali mani bagneranno le mie
spalle ricurve. Aspetto finchè il vento non sbatte la porta della veranda; mi
porta parole che io ci avevo scritto. E di nuovo è tempo di baciare una fronte,
senza voltarsi indietro più di due volte. Prendere una strada nuova, sapendo
che è la più vecchia del mondo; seguire questo enorme paradosso che mi spinge
ancora avanti, per vedere dopo l'oltre.
I sogni futuri sono tanti tra le nuvole sotto le stelle, ma
non esiste lusso dei progetti a lungo termine e la padella appesa allo zaino,
sul fuoco cucinerà lentamente soltanto per uno. Tanti ricordi, dei lacci appesi
al collo, nascosti sotto la camicia, tra le pieghe di ogni giorno. Se vogliamo
un'armonica in tasca, ma non dev'essere per forza.
Non è
mai tempo, ma il tempo è sempre quello, per lasciare qualcuno a salutare, per
dire non ti dovevi fidare, che sono un marinaio, un lupo o un lupo di mare. Uno
che di notte mentre dorme sussurra "devo andare", perchè per quanto
non sempre voglia, il fatto non cambia: io devo partire.

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